Le recenti sentenze in materia di risarcimento danni da esposizione all’amianto hanno suscitato dibattiti significativi, evidenziando la complessità nell’accertamento delle responsabilità e nella valutazione dei danni.
Una sentenza della Corte di Cassazione del 31 ottobre 2018 ha riconosciuto la responsabilità del datore di lavoro nella causazione del danno da esposizione ad amianto nella misura del 59%. Tuttavia, la corte non ha considerato l’influenza del tabagismo sullo sviluppo della patologia, elemento che avrebbe potuto influire sulla determinazione del nesso causale e sull’entità del risarcimento.
Un’altra decisione rilevante è la sentenza n. 18821 del 2 luglio 2021 della Corte di Cassazione, che ha trattato il diritto alla rivalutazione del periodo contributivo per i lavoratori esposti all’amianto. In questo caso, la corte ha sottolineato l’importanza di riconoscere i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti a causa del mancato riconoscimento del diritto alla rivalutazione, evidenziando la necessità di dimostrare la colpa dell’ente previdenziale e di allegare e provare il danno subito.
Inoltre, la Corte di Cassazione, con la sentenza del 5 novembre 2024 n. 28458, ha ribadito la valenza causale dell’esposizione all’amianto. Anche in assenza di una diagnosi di mesotelioma pleurico, la corte ha riconosciuto che la morte per tumore ai polmoni poteva essere attribuita all’esposizione lavorativa all’amianto, sottolineando l’ampiezza del nesso causale tra esposizione e patologie polmonari. Queste sentenze evidenziano la necessità di un’analisi approfondita e multidisciplinare nei casi di risarcimento danni da esposizione all’amianto, considerando tutti i fattori di rischio e le specificità di ogni situazione..














